8 marzo 2014

Quaderni 1957 - 1972, di Emil Cioran

Quaderni di Emil Cioran

Potrei non dilungarmi troppo su una introduzione a Emil Cioran, avendone già scritte numerose per Al Culmine della Disperazione, Confessioni e Anatemi, Il Funesto Demiurgo, La Tentazione di Esistere, L'Inconveniente di Essere Nati, Sillogismi dell'Amarezza, Sommario di Decomposizione, Squartamento e Taccuino di Talamanca, ma qualche riga per i suoi Quaderni 1957 - 1972 va pure sprecata.

Questi quaderni sono i "diari" che Emil Cioran ha tenuto dal 1957 al 1972, trentaquattro quadernetti che per 15 anni lo hanno accompagnato nelle sue insonnie, disperazioni, malattie, incontri con personaggi più o meno famosi, dialoghi, ascolti musicali, letture di ogni tipo, passeggiate nella pianura provinciale francese, citazioni da altri autori o persone comuni, impressioni sui movimenti del '68, la duplice difficoltà nel non riuscire a scrivere seguendo comunque l'idea dell'inutilità del creare un'opera, momenti quotidiani nella sua mansarda, descrizioni di strade, boschi, difficoltà e tanto umorismo sottile di chi crede nel nulla.

Il libro è probabilmente da leggere solamente dopo aver assorbito e amato il resto dei suoi volumi, siccome questi Quaderni sono qualcosa di immensamente massiccio e soverchiante: 1.100 pagine, una bibbia, un'encliclopedia dell'aforisma pungente, un mattone contro le vetrate pulite delle strade di Parigi. Dentro tutti questi fogli si ritrova Emil Cioran con i suoi temi ricorrenti, sulla morte, il suicidio, la musica, la filosofia, le religioni, la Francia e la Romania, i ricordi d'infanzia, i pensieri notturni, le peripezie nell'aggiustare una maniglia del balcone o i tubi del suo lavandino. Tutto quando ma più concentrato ed espanso allo stesso momento.



Vista l’enormità di questi Quaderni 1957 - 1972 mi ero riproposto di segnarmi e riscrivere solo qualche frase che mi avesse colpito in modo particolare nelle prime 500 pagine del libro, ma alla fine non ce l’ho fatta, troppe citazioni e pensieri random che adoro e che volevo tenere da parte. Qui sotto trovate quindi qualche pagina di parti casuali prese dai Quaderni di Emil Cioran, per capire cosa si nasconde in questo enorme volume. Come sempre se le sue parole risvegliano in voi qualcosa, potete recuperare i Quaderni di Emil Cioran in prestito nella vostra biblioteca di fiducia oppure comprarlo in libreria o su Amazon (in PDF da scaricare non si trova che io sappia). Buona lettura!

La mia incapacità di vivere è pari soltanto a quella di guadagnarmi da vivere. Il denaro e io siamo incompatibili. Sono arrivato a quarantasette anni senza aver mai avuto un reddito! Non posso pensare a nulla in termini di denaro.

Che cosa sarei, che cosa farei senza le nuvole? Trascorro la maggior parte del tempo a guardarle passare.

Sballottato tra il cinismo e l’elegia.

Dopo una notte in bianco sono sceso in strada. I passanti assomigliavano tutti ad automi; nessuno sembrava vivo, ognuno pareva mosso da un congegno nascosto; movimenti geometrici; niente di spontaneo; sorrisi meccanici; un gesticolare da fantocci - una totale rigidità…

Saltellare scioccamente su un pianeta fallito.

Vivere significa venire a patti. Chiunque non muoia di fame è sospetto.


Ci fu un tempo in cui, credendomi l’essere più normale mai esistito, ebbi paura e passai tutto un inverno a leggere libri di psichiatria.

Tutta la filosofia indù si riassume nell’orrore, non della morte, ma della nascita.

Da 25 anni vivo negli alberghi. Il che comporta un vataggio: non si è ancorati da nessuna parte, non si tiene a niente, si conduce la vita di uno di passaggio. Sensazione di essere sempre sul punto di andarsene, percezione di una realtà supremamente provvisoria.

Chiunque venda qualcosa mi fa uscire dai gangheri.

Questo pomeriggio volevo scrivere sulla gloria, ma siccome non mi veniva in mente nulla, sono andato a letto. Spesso i miei grandi progetti mi hanno portato a letto, conclusione pietosa delle mie ambizioni.

Quando Mara, il tentatore, con ogni genere di seduzioni e minacce cerca di distogliere il Buddha dalla sua via, questi gli dice, fra l’altro: “Con quale diritto pretendi di regnare sugli uomini e sull’universo? Hai forse sofferto a causa della conoscenza?” E in effetti, l’entità e la profondità di una mente si misurano dalle sofferenze accettate per raggiungere il sapere.

Sono portato all’esagerazione per noia, sazietà, bisogno di sensazioni forti, e anche per la voglia di uscire dalla mia apatia.

R. in Arts cerca di spiegarmi attraverso le mie letture. Gli rispondo che io sono il risultato dei miei acciacchi e che sarei stato lo stesso anche se non avessi letto alcun libro.

Solo con l’ascesi e cioè negandosi tutto, si diventa invulnerabili. Ed è solo allora che il mondo non ha più alcun potere su di noi.

Avere una casa propria, Dio mi perdoni un simile decadimento!

Stimo un ingegno soltanto se non va d’accordo con la sua epoca, così come ammiro soltanto chi la diserta, anzi chi è traditore del tempo e della storia.

Non è parlando degli altri, ma guardando in se stessi che si può incontrare la verità. Ogni cammino che non conduca alla solitudine o non inizi da essa è deviazione, errore, perdita di dtempo.

E’ stato Sieyes, se non sbaglio, a dire che bisogna essere ubriachi o pazzi per credereche si possa esprimere alcunchè nelle lingue note.

Il solo modo di affrontare le tribolazioni senza morirne è pensare che in fondo tutto ciò che ci capita quaggiù è irreale, e che tutto svanisce senza lasciare traccia, perfino i nostri dolori.

Al tempo in cui mi facevo tutta la Francia in bicicletta e andavo in giro per mesi, ricordo quanto mi piaceva fermarmi nei cimiteri di campagna a fumare…

Non si dovrebbe firmare quello che si scrive. Che importanza ha il nome quando si cerca la verità?

So che tutto è irreale, ma non so come dimostrarlo.

Tutto ciò che l’uomo fa mi sembra artificiale e inutile. Ho indulgenza solo per gli animali. Che assurdità questa scimmia che va in ufficio! Confinarsi in una stanza, mettersi al tavolo da lavoro, restarci per ore.. no, l’ultima delle bestie è più vicina dell’uomo alla verità.

[...] Ciò non toglie che ogni opera degna di questo nome abbia un carattere insurrezionale.

La Fine Del Mondo, che sollievo pensarci! Ma a dire il vero si può parlare soltanto della fine dell’Uomo, che è prevedibile, anzi certa, mentre l’altra risulta a stento concepibile. Non si capisce infatti che senso potrebbe avere parlare della fine della materia; una fine così lontana non riguarda nessuno. Restiamo dunque nei paraggi dell’uomo, dove il disastro fa parte del paesaggio, e del programma.

Leggo nei Tagebucher 1914-1916 di Wittgenstein: “La paura della morte è il miglior indizio di una vita sbagliata, cioè cattiva”. E’ una verità che ho scoperto da tempo (purtroppo, pensando a me).

Oggi pomeriggio, in un ufficio, ho contato diciotto impiegati in uno spazio relativamente angusto. Le donne, piene di rughe orribili. [...] Io preferirei mille volte l’odore dello sterco alle emanazioni deleterie di quella fucina. [...]

E’ scritto nello Zohar: “appena è comparso l’uomo, subito sono comparsi i fiori”. Ma è vero il contrario. Ogni uomo che nasce è la morte di un fiore.

La sola cosa che mi lusingo di aver capito molto presto, prima dei vent’anni, è che non si deve procreare. Il mio orrore per il matrimonio, la famiglia e tutte le convenzioni sociali viene da lì. E’ un delitto trasmettere le proprie tare a una progenie e obbligarla così a passare per le vostre stesse vicessitudini, per una calvario forse peggiore del vostro. Non ho mai potuto accettare di dare la vita a uno che avrebbe ereditato le mie sventure e i miei mali. I genitori sono tutti irresponsabili o assassini. Solo i bruti dovrebbero dedicarsi alla riproduzione. Pietà non vuole che si diventi “genitori”. La parola più atroce che io conosca.

Su ogni cosa ho almeno due punti di vista divergenti. Di qui la mia indecisione teoria e pratica.

Un libro è fecondo e durevole solo se è suscettibile di più interpretazioni diverse. Le opere che si possono definire sono essenzialmente effimere. Un’opera vive grazie ai malintesi che provoca.

Più avanti vado, più aumenta la quantità dei libri che trovo illeggibili. Verrà il giorno in cui non potrò più leggere niente, in cui mi accontenterò di guardare.

Qualsiasi forma di fretta tradisce un disturbo mentale.

Nella vita come nell’arte non esiste originalità senza “cattivo gusto”.

A vent’anni ero a un passo dal suicidio; poi mi è passata.

A un amico che mi ha consultato (???) circa il suo imminente matrimonio ho risposto cercando di dissuaderlo. “Ma vorrei lasciare il mio nome a qualcuno, avere dei discendenti, un figlio”. “Un figlio?” Gli ho detto “ma chi ti dice che non sarà un assassino?”. Da allora non si è più fatto vivo.

Non ho incontrato un solo uomo interessante che non abbia avuto qualche infermità più o meno segreta.

Aleksandr Blok, nel suo Diario, in data 15 aprile 1912: “Il naufragio del Titanic ieri mi ha rallegrato in modo indicibile: dunque c’è ancora l’Oceano”.

Impossibile intendersi con qualcuno che non abbia qualche ferita segreta.

Ogni giudizio morale è falso alla base. Il bene e il male non hanno alcuna realtà intrinseca, appunto perchè sono giudizi. L’astensione è una sorta di imperativo per chiunque abbia riflettuto su queste cose.

Per quanto mi ricordi, ho sempre avuto una paura morbosa della gente. Ora ne conosco la ragione: è che, fin da piccolo, non mi interessava ciò che faceva. E’ lo stesso anche oggi: non scoro nessuna realtà in ciò che fanno gli altri, e mi considero assolutamente inadatto a collaborare con loro. Mi sento escluso dalle loro azioni, non sono idoneo a nulla.

Quando scendavano sulla terra, gli dèi dell’olimpo assumevano per lo più sembianze animali. QUesto la dice lunga sulla stima che avevano per gli uomini.

Sono uscito a fare una passeggiata verso le sei e mezzo di sera. Folla pazzesca. Non ho mai odiato tanto Parigi. Devo assolutamente andarmene. Non sono abbastanza decaduto per viverci.

E’ da malati mentali credere che il mondo esista e sempre da malati mentali credere che non esista.

E’ giusta, anche se ridicola, l’osservazione di alcuni “eretici” buddhisti: il Buddha conosce tutto in fatto di salvezza, ma non conosce tutti gli insetti.

Modulo delle imposte. Bisogna che mi inventi un reddito! La sola parola ha su di me l’effetto di un emetico.

Un pranzo dove ci siano più di 4 persone mette a dura prova. Per la verità, qualsiasi “società” mi rende prima depresso, poi furente.

Accetterei di vedere gente se fosse permesso schiaffeggiare.

Poco fa, al telefono, ho detto a Fred Brown che se si sopprimessero le cartoline illustrate non ci sarebbe più turismo, visto che la gente viaggia solo per mandare i saluti a quelli che non possono muoversi.

Lo scetticismo è un calmante, il più sicuro che abbia trovato. Vi ricorro in ogni occasione; se non lo avessi, esploderei nel senso proprio del termine.

Suonano alla porta. Guardo dallo spioncino, non apro. E’ D.L. che non vuol mai saperne di telefonare prima. Queste visite inopinate mi fanno star male, equivalgono a una violazione di domicilio, a una profanazione della solitudine.

Convertire le proprie ripugnanze in norme, infastidire gli altri con le proprie idiosincrasie è da maleducati: appunto quello che sono stato io per tutta la vita.

Scriverò sulla mia porta:
Ogni visita è un’aggressione
o
Non entrate, siate caritatevoli
o
Ogni faccia mi disturba
o
Non ci sono mai
o
Sia maledetto chi suona
o
Non conosco nessuno
o
Pazzo pericoloso.

Mi hanno raccontato il caso di una donna, sorda da trent’anni, che appena recuperato l’udito in seguito a un’operazione, e che atterrita dal rumore, ha chiesto che le fosse ridata la sua sordità.. Non riesce più a dormire la notte, la sua vita è un incubo. Le è capitato ciò che capiterebbe a qualsiasi persona morta, diciamo, 50 anni fa che venisse resuscitata. Chiederebbe indietro la sua tomba.
La cosa mi ha ricordato quello che mi disse un giorno Henry Corbin: dopo essersi messo l’apparecchio, va alla finestra, e si ritrae terrificato davanti al frastuono che sale dalla strada. Quel giorno fu contento, quasi felice, di essere tagliato fuori dal mondo esterno.

Quando Rostopcin, il futuro autore dell’incendio di Mosca, da giovane ufficiale fu presentato a Suvarov, questi, senza rivorgergli la parola, fece 3 capriole, dopodichè gli chiese: “Signore, quanti pesci ci sono nella Neva?”. Rostopcin, senza scomporsi, disse una cifra qualsiasi. Al che Suvarov, impressionato, gli tese la mano.
Ecco una delle migliori storie zen che ci siano.

Quando leggo Tolstoj, lo preferisco a Dostoevskij, e quando leggo quest’ultimo lo preferisco all’altro.

Mezz’ora nello studio di un notaio per l’autenticazione della mia firma sotto una dichiarazione di rinuncia alla successione di mia madre. Tutte quelle donne occhialute che battevano cifre mi hanno fatto venire un cafard insostenibile. Le puttane di Rue Saint-Denis, lì accanto, mi sembrano più fortunate. E dire che si può condannare un essere umano a restare seduto ogni giorno 8 ore davanti a una macchina da scrivere!

Si fanno progressi fino ai 30 anni. Dopo, si esita, ci si completa, ci si perfeziona, ci si prepara al declino. Si dovrebbe morire verso la cinquantina, come succedeva una volta. La scienza rappresenta il consolidamento della decripitezza. E’ corsa in aiuto ai cadaveri. Sarebbe stato meglio lasciare che la gente si spegnesse come ha sempre fatto. Non contenta di aver guastato l’economia della natura, la scienza vi ha introdotto anche una nota di indiscrezione, anzi, di indecenza. E’ sconveniente infatti trascinare, esibire la propria carcassa oltre un certo numero di anni.

Nella vita la cosa più terribile è non cercare più.
Quando si ha bisogno di qualcuno o di qualcosa si soffre. Fare in modo di dipendere dal minor numero possibile di cose e di persone. Bisogna rassegnarsi alla povertà, all’anonimato e alla morte.

25 Marzo. Vigilia di Pasqua. Parigi si svuota. Silenzio inconsueto come in piena estate. Quanto dovevano essere felici gli uomini prima dell’età industriale! Macchè: ignoravano completamente la loro felicità, come noi ignoriamo la nostra. Basterebbe immaginare in dettaglio l’anno 2000, e avremmo per contrasto la sensazione di essere ancora in Paradiso.

Nelle conversazioni dirette o telefoniche non trovo quasi mai la parola giusta quando si tratta di questioni delicate oppure, a volte, amministrative. Ma la trovo immancabilmente subito dopo che l’interlocutore se nè andato o dopo aver riagganciato.

Non si descrive un sorriso.

Ma si, è possibile vivere con la consapevolezza che tutto è impossibile. Io ne sono la testimonianza vivente.

Non si deve mai essere d’accordo con la massa, neanche quando ha ragione.

Diffidate di coloro che lusingano i giovani, diffidate di chiunque voglia essere un maestro.

Fino ai 30 anni avevo in testa una sola idea: lo sterminio dei vecchi; ora che ho passato i 50, quello dei giovani.

Rivoluzionario è soltanto colui che mette in causa il fatto stesso di esistere, tutti gli altri, l’anarchico per primo, scendono a patti con l’ordine costituito.

Due modi di ingannarsi: essere giovani ed essere vecchi.

Sentire Bach nei grandi magazzini, mentre ci si sta comprando un paio di mutande!

Bazar dell’Hotel de Ville. L’incubo dell’opulenza. Accumulo fantastico di tutto. Un’abbondanza che fa venire la nausea. Ed è il negozio più a buon mercato di Parigi. Si può capire il disgusto dei giovani per la società dei consumi. Ma come fermare questo processo di moltiplicazione degli oggetti? Nelle condizioni odierne è fatale. E lo si potrebbe fermare veramente solo con la distruzione, non di questa società, ma di ogni società. La fisionomia di questi negozi cambia completamente ogni cinque anni. Prima, per tutto un secolo, si produceva e si vendeva lo stesso tipo di oggetti, ai quali tutt’al più si apportava qualche piccola modifica.

Più facciamo progressi “interiori” più diminuisce il numero di coloro con cui possiamo realmente comunicare. Alla fine li perdiamo tutti e non ci resta altro che il Tutto.

La verità non sta nè nella reazione nè nella rivoluzione. Sta nel mettere in questione sia la società sia coloro che la attaccano.

Ho letto uno “Scongiuro” del X secolo in cui si “invitava” il demonio a uscire dal malato o dal posseduto. VI sono enumerate tutte le parti del corpo, anche le più piccole: sembrava un folle trattato di anatomia. [...] Dire al demonio: “Esci dalle unghie!” E’ bello e assurdo.

Quando si pensa che agli albori della Grecia, in pieno mondo postomerico, Esiodo credeva che l’umanità, all’età del ferro, fosse quasi alla fine della storia! Che avrebbe detto qualche secolo dopo? Che direbbe oggi? Fuorchè nei secoli instupiditi dall’idea di progresso, l’uomo ha sempre creduto di essere arrivato ai limiti del peggio. E questo la dice lunga sul divenire umano.

Niente mi sembra più assurdo che andare da qualche parte a cercare la saggezza. Se non la trovo nella mia stanzetta sotto il tetto, non la troverò certo sulle cime dell’Himalaya.

Bisognerebbe dichiarare sacra qualsiasi misura riducesse il numero degli umani. Non smetto di appassionarmi a questo problema: la scoparsa della nostra specie. Niente mi eccita tanto quanto immaginare questo spettacolo, vedere la terra sgombra di uomini, popolata solamente da insetti e da alcuni animali superstiti.

La puntualità esiste solo nelle società che hanno smarrito ogni senso metafisico o religioso, nelle società prive di sacralità. Le società anacronistiche ignorano il tempo; in esse gli incontri avvengono quando capita.

Ogni pessimista è un umorista.

Sotto il Terrore, duranta una persequisizione domiciliare dalla marchesa di Condorcet, costei, buona disegnatrice, fece rapidamente il ritratto di quelli che erano venuti ad arrestarla, tutti membri del comitato rivoluzionario. Risultato: la lasciarono a casa sua..

Oggi pomeriggio sono andato all’ospedale. Sala d’attesa. Che cosa si aspetta tutta questa gente? Di vivere un po’ di più, di non morire normalmente.

L.B. pensa di continuo alla pensione, se avrà di che vivere, ecc. Gli ho detto che non si deve guardare così lontano, si deve organizzare la propria vita in funzione di un anno al massimo, e bisognerebbe lasciare in pace il futuro, invece di sollecitarlo pensandoci continuamente. Avrei dovuto aggiungere che la cosa migliore è non tormentarsi troppo e, in caso di crisi senza sbocco, considerare l’eventualità di un suicidio più o meno bello..

La mia unica costante: il gusto dell’eccesso. Soltanto gusto, non passione. Eppure senza di esso la noia mi avrebbe polverizzato.

Tutto è reale. Tutto è irreale.

Ogni questione, qualunque sia, è illimitata. A imporle delle frontiere è la nostra mente ristretta, la nostra mania di definire.

L’idea che con la nostra morte tutto, ma proprio tutto cesserà per sempre è l’idea più consolatoria e più immorale.


8 commenti:

  1. « Non si dovrebbe firmare quello che si scrive. Che importanza ha il nome quando si cerca la verità? »

    (firmato: Emil Cioran)

    Per ora dato una lettura al volo, qualcosa di condivisibile ma non tutto per quanto mi riguarda :P ma sti alberghi come li pagava :?

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  2. Infatti il caro Emilio Ciorano ha sempre vissuto nel dramma delle spinte tra il non voler essere conosciuto e il dispiacersi di non riuscire a scrivere di più.. poi tra una cosa e l'altra, si legge in questi Quaderni che ha dovuto molto spesso scrivere articoli o libri contro voglia perchè gli servivano soldi :P Oltre ai pochi soldi che prendeva come "scrittore" di articoli su vari giornali e riviste, aveva anche dei contributi statali per essere uno "scrittore" senza stipendio fisso. Per altre cose, come vestiti, pranzi e cene, spesso glieli offrivano degli amici e anche il suo appartamento credo gli sia stato donato da qualcuno (magari un amico morto o simili)

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  3. "Faccio cose... vedo gente...giro...conosco"

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  4. Ecce bombo? :P L'antica arte dell'arrangiarsi

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  5. Da qualche parte avrà scritto perché non intendeva suicidarsi. L'avrò anche letto ma devo essermene dimenticato.

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  6. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  7. Dice che è l'idea del suicidio il problema, non l'atto. Un'idea che gli ha permesso di vivere, perciò è positiva e va stimolata. Ancora prima nel video dice che il suicidio non è una soluzione a niente.
    Mi sono risposto da solo :)

    Scopre l'acqua calda quando afferma che vedere le cose per come sono non permette di vivere, ma apprezza chi va a fondo.

    In sostanza Ciorna mi sembra che lo si possa considerare un gran privilegiato. Ha approfondito le grandi domande mettendole in una forma lucida e ordinata. Cos'era per lui essere un privilegiato? (forse è l'unica domanda che andava posta)

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  8. Si nei vari libri che ha scritto ci sono numerose "spiegazioni" sul perchè non si era ancora suicidato, il saggio più "completo" sull'argomento è pubblicato ne "Il Funesto Demiurgo" comunque a seconda degli anni cambiava un po' le spiegazioni. In alcuni punti scrive che comunque poteva suicidarsi quando voleva e quindi poteva aspettare un momento in cui non ci fosse davvero stata più nessuna speranza, in altri scrive che aveva comunque paura della morte, in altri che aveva pensato troppo al suicidio e quindi ormai non poteva più commetterlo, in altri ancora che stava per suicidarsi ma poi ha visto un bel paesaggio e ha pensato che poteva aspettare ancora un po' :)

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