30 agosto 2012

Il Funesto Demiurgo, di Emil Cioran


Continua il mio viaggio tra i libri di Emil Cioran, questa volta con "Il Funesto Demiurgo", pubblicato nel 1969 in francese (Le mauvais démiurge), 4 anni prima di "L'Inconveniente di Essere Nati". Il breve libro è diviso in 6 parti che ne riassumono i contenuti: "Il funesto demiurgo" (capitolo che dà il nome alla raccolta), "Gli dèi nuovi", "Paleontologia", "Incontri col suicidio", "Il non-liberato" e "Pensieri Strangolati".

Cioran scrive quindi la sua immaginazione su come possa essere stato creato questo mondo problematico, o per meglio dire chi abbia deciso di fare uno scherzo all'essere umano, dandogli una forma e una coscienza. La "colpa" non può quindi che essere di un cattivo Demiurgo, figura che nella filosofia platonica rappresenta il mediatore tra il mondo delle idee e la materia, un semidio che non crea ma organizza l'universo.

Il libro non è probabilmente il più adatto per fare la conoscenza di Emil Cioran, proprio a causa dei 2 capitoli introduttivi sulla creazione e la religione, che oggi hanno forse perso il loro attacco a un tempo ormai lontano e che per qualcuno potrebbero risultare ardui da superare.

"Il Funesto Demiurgo" è invece il libro che al momento raccoglie meglio le riflessioni dell'autore sul tema del suicidio come risposta serena alla vita, per conquistarne totalmente il suo segreto, ovvero la morte. Un tema che può far storcere il naso a chi non ne ha mai ragionato nella sua più felice distensione, ma che regala sempre una forte fiducia nell'esistenza per il resto degli Esseri ancora viventi.

Emil Cioran ha 58 anni e i suoi temi continuano a mostrare la sua precisa visione del mondo, con fiducia e rassegnazione. Innumerevoli frasi, più o meno prolisse, sulla nascita, la morte, la discendenza, la volontà, l'introspezione, la consapevolezza di sè stesso e degli altri.

Come sempre, a seguito una raccolta di frasi e aforismi dal Funesto Demiurgo di Emil Cioran. Se gli argomenti vi interessano, probabilmente trovate una copia del libro in prestito presso la vostra biblioteca di fiducia. Buona lettura!

Non si tratta tanto di combattere l'appetito di vivere, quanto il gusto della "discendenza". I genitori sono dei provocatori, o dei pazzi. Che l'ultimo dei malnati abbia facoltà di dare vita, di mettere al mondo, può esserci qualcosa di più demoralizzante?

Per necessità ingannevole, è il piacere che ci permette di eseguire una certa prestazione che in teoria disapproviamo.

Non è possibile consentire a che un dio, e neanche un uomo, proceda da una ginnastica coronata da un grugnito. E' strano che alla fine d'un periodo di tempo così lungo, l'evoluzione non sia riuscita a mettere a punto un'altra formula.

Intendiamoci: la vita di per sè non è in causa; è misteriosa e spossante quanto basta, mentre non lo è l'esercizio in questione, di una facilità inammissibile, considerate le sue conseguenze.

Vero è soltanto il nostro trionfo sulle cose, vera è la constatazione d'irrealtà, redatta ogni giorno, in ogni ora, dalla nostra chiaroveggenza. Liberarsi significa rallegrarsi di questa irrealtà, e in ogni istante cercarla.

27 agosto 2012

L'abolition du travail en tant qu'aliénation et activité séparée de la vie qui va

Mi è bastato il primo giorno di ritorno a lavoro per essere distrutto. Mi ero quasi dimenticato di quanto il dovermi svegliare alle 6, farmi 2 ore di viaggio, star 9 ore chiuso in ufficio a fare robe che non mi interessano e rubano tempo alla mia vita, farmi altre 2 ore di viaggio e tornare a casa alle 20 passate, sia un modo merdoso di passare le giornate. Mi sta già tornando la voglia di fare il disoccupato in qualche paesino dell'est europa dove costa tutto poco e sopravvivere con i risparmi che ho finchè durano e poi si vedrà. Non è che faccia un lavoro particolarmente faticoso, ma non sono decisamente fatto per lavorare. Ok, direte voi, nessuno è fatto per lavorare, o almeno in gran parte. No, io sono un caso disperato. La mia mente non riesce a stare concentrata per più di 5 minuti su quello che dovrei fare per imposizione. L'andare a lavoro mi distrugge fisicamente e psicologicamente, sono stanchissimo neanche avessi fatto una maratona di 5.000 km. In ufficio ho sonno, faccio fatica a parlare, sono indisponente con tutti ma lo maschero come meglio posso, se non lavorassi su un PC che mi permette di tenere i contatti umani al minimo e cazzeggiare abbastanza agevolmente, probabilmente non sarei resistito 4 e più anni. Non è che ho sbagliato lavoro, è il lavoro in generale che è sbagliato. Mica si può vivere passando tutte quelle ore della giornata senza potersi dedicare ai propri interessi. Se non ci fossero le cuffie con la musica alta e i libri da leggere in metro, probabilmente non ci salirei neanche, evitandomi di raggiungere un luogo di non-libertà. Trovare un lavoro collegato ai propri interessi? Mmmh, forse si, ma in realtà non è fattibile, se devo fare qualcosa perchè si deve fare e perchè deve darti uno stipendio a fine mese, diventa un dovere e non ho voglia di fare le cose se non sono io che decido di farle quando e come mi aggrada maggiormente. Si la vita è difficile e sono già fortunato e ok è vero, lo so, ma sono comunque stanco e comunque mi lamento che mi fa bene. Sono già le 22:30 passate e vorrei fare un miliardo di cose che non posso fare perchè massimo a mezzanotte mi conviene dormire, altrimenti domattina chi si alza? Vabhe, lamentele random di una prima giornata di lavoro, la smetto e gioco un po' a Borderlands che mi rilassa trovare le armi rare. L'abolition du travail en tant qu'aliénation et activité séparée de la vie qui va, résumée par un slogan, que Guy Debord s'attribue, écrit à la craie sur un mur du quai aboutissant sur la Seine de la rue de Seine en 1952 (à Paris) : « Ne travaillez jamais »


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