2 novembre 2012

Quando la morte è davvero un male?

Secondo alcune teorie di pensiero, la morte di per sè non è un male, facendo ritornare l'essere nel nulla da cui è comparso. Una volta morti, non esiste più una distinzione fra avvenimento positivo e negativo: una qualche cosa è per noi avversa solo se dopo che accade abbiamo la possibilità di pensarci o di subirne le conseguenze. Ma dopo la morte non esistono, per noi, conseguenze, non esiste più nulla, quindi neanche un male.

Il valore della propria vita o della propria morte è quindi identico per il singolo soggetto razionale. Per quanto possiamo amare l'esistenza con i suoi interessanti spunti di conoscenza personali e culturali, ci rendiamo conto che il nulla in cui si cade è di per sè neutrale. Differente, ovvio, la morte di amici, che ci colpisce quando abbiamo ancora la possibilità di subirne il dispiacere.  

Quando non esistiamo più, ogni cosa fatta e scoperta in vita scompare con noi, qualunque sia stata la quantità o la qualità di tali interazioni. Per "egoismo" tuttavvia l'essere umano sensibile e riflessivo "rimanda" la sua morte per il piacere personale di conoscere e assaporare tutto ciò che lo alletta. Rimane quindi utile poter morire solo quando ci si rende conto di non poter più vivere facendo o conoscendo quello che ci rende felici (ad esempio per demenza senile o impossibilità pratiche).

Si possono quindi trovare 3 situazioni in cui la morte è un male per il singolo soggetto che la subisce. 2 tipi di morti possono essere considerate come un male "assoluto", 1 tipo di morte come male "relativo".

Il primo tipo di morte come male assoluto è la morte a seguito di sofferenze, siano esse causate da altre persone (tortura, lento omicidio) o di malattie gravi. Se le cause che portano a questa morte sono irreparabili, ovvero se una volta avviato il doloroso cammino verso il nulla non c'è modo di poterlo fermare, allora questa morte funesta è effettivamente un male per l'essere, che ha ancora tutto il tempo per subire le sue drammatiche sofferenze. Solo una immediata uccisione o suicidio può risolvere la cosa nel migliore dei modi.

Il secondo tipo di morte come male assoluto è la morte di quella persona che Ama realmente un'altra persona. L'Amore come sentimento massimo unisce 2 persone nel profondo, che si sentono quindi vive e complete solamente quando esistono nello stesso tempo e spazio. La morte di una delle 2 persone sarebbe come scomparire lasciando una parte di sè ancora in vita, senza essere realmente annullati. Mentre l'amore verso interessi personali come la musica, il cinema o la buona cucina non coinvolgono altri se non noi stessi, l'Amore verso una persona coinvolge qualcuno che non vogliamo lasciare e che non vorremmo abbandonare in solitudine. E' solo l'Amore che rende particolarmente squilibrata l'armonia tra vita e morte, rendendo la prima un valore da cui si fa realmente fatica ad allonanarsi. Il dispiacere del non esistere più con quella persona precede la morte stessa, rendendola un male al futuro.

Il tipo di morte come male relativo è la morte improvvisa di un soggetto, senza alcuna sofferenza e senza lasciare un Amore a cui era legato. In questo caso il nulla in cui cade lo prende alla sprovvista, quando magari stava progettando di fare un viaggio o di leggere un libro che aspettava da tempo. E' un male relativo appunto, un "peccato, avrei fatto ancora questo e quello prima di scomparire", ma in fondo la persona cosciente sà che senza accorgersi di finire nel nulla, non avrà rimorsi.

Come sempre ci preserviamo il diritto di cambiare idea sulla questione o di affinare la teoria a seconda di altre cose che ci passano per la testa o che qualcuno ci farà notare.

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4 commenti:

  1. Approvo praticamente tutto. Non fosse che NON stai parlando di Morte, ma del momento antecedente ad essa, quando cioè si è ancora in vita.

    La sofferenza si prova soltanto quando si è vivi, per cui la morte non può essere un male ma anzi la sospensione dal dolore. Non mi sto riferendo ad alcuna accezione religiosa eh, mi riferisco al pensiero espresso nel primo paragrafo personalmente condiviso.
    Anche nel secondo caso il male viene subito dalla persona che perde chi ama, se vogliamo è l'idea di morte che spaventa ma non la morte in sé.
    Per questo anche il terzo caso non sussiste: non puoi pensare "Peccato, avrei fatto ancora", non può neppure avere rimorsi, semplicemente perché egli non è, ergo non pensa.

    Poi ovvio, si tratta sempre di qualcosa di molto soggettivo e indimostrabile, per cui se nella tua visione delle cose un morto continui comunque un'altra esistenza che gli dia modo di pensare, non sono io che posso contraddirti.

    Questa è la mia versione. Non temo la morte, mi spiacerebbe per chi verrebbe privato della mia presenza avendo bisogno di me, mi auguro di non soffrire come lo auguro a chiunque, ma poi si vedrà... :)

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  2. diciamo che hai razionalizzato quel che penso e Clyo ha smussato gli angoli, ha messo i puntini sulle "i" dove era -anche secondo me- necessario.

    non ho nulla da aggiungere, è un argomento che "mi piace", che ho affrontato da poco con Elisa (che invece ne è a disagio e non accetta il fatto che se ne possa parlare serenamente), dal momento che è venuta a mancare una persona a lei cara, ma non parente, all'età di 73 anni e comunque in modo indolore e improvviso, quindi il male relativo. ovviamente il fatto che per me fosse tutto naturale e normalmente ciclico ha causato delle crepe reparabili nel rapporto :P ma non riesco a far finta di dispiacermi troppo in questi casi. tra l'altro è una persona che aveva appena scritto un libro, quindi si tocca anche l'argomento "progetti prima di morire"...diciamo che è riuscita a completarlo, ma non è arrivata a presentarlo e coglierne i frutti eventuali. ma son sicuro che da deceduti, non si sia dispiaciuti più di tanto...anche lì siam noi a farci carico del problema, per empatia o per rabbia o per paura che capiti a noi stessi

    comunque, dicevo, d'accordo.

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  3. La morte vista come male può esserlo solo per chi rimane. Per chi muore non è più nulla. Non può pensare a cosa voleva fare o cosa avrebbe dovuto fare. Semplicemente è morto.

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  4. @Clyo: effettivamente hai ragione, con "morte" ho sottointeso sia l'entrata nel nulla che i momenti / cause precedenti, quindi un titolo migliore sarebbe "quando stare per morire è un male?" ;U

    @Rough: si purtroppo non è sempre facile parlare con tranquillità della morte, alcune persone non riescono a vederla dal punto di vista razionale e naturale. Io sono pessimo nel dover fare le condoglianze ed evito di scrivere / dire "mi dispiace" anche quando c'è qualcuno che sta per andarsene o è malato (senza dolore). Stessa cosa per le nascite, ma al contrario.

    @Acalia: è quello che credo anchio e in molti casi anche per chi rimane la morte dovrebbe essere vista con più serenità

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