12 ottobre 2012

La Tentazione di Esistere, di Emil Cioran


La Tentazione di Esistere è un libro scritto da Emil Cioran pubblicato nel 1956, a metà strada tra la pubblicazione di Sommario di Decomposizione (1949) e Il Funesto Demiurgo (1969), eppure con uno stile molto diverso da tutti i suoi libri che ho letto fin'ora. Se in altre sue opere Cioran scrive brevi frasi che sintetizzano perfettamente pagine e pagine di concetti complessi, in La Tentazione di Esistere ci ritroviamo davanti un libro più "classico", folto di parole dall'inizio alla fine.

Sta forse cercando di illuderci, di fingersi scrittore, come sostiene lui stesso: "Lo scrittore dice sempre - è la sua funzione - più di quello che ha da dire: dilata il suo pensiero e lo riveste di parole. Di un opera sopravvivono soltanto due o tre momenti: bagliori nel ciarpame. Volete conoscere la sostanza del mio pensiero? Ogni parola è una parola di troppo. Eppure si deve scrivere: ...scriviamo... illudiamoci a vicenda."

Questa sua prolissi unita agli argomenti trattati, rendono La Tentazione di Esistere il libro per me meno interessante di Cioran. Pensare contro sè stessi, Su una vita esausta, Piccola teoria del destino, Vantaggi dell'esilio, Un popolo di solitari, Lettera su alcune impasses, Lo stile come avventura, Oltre il romanzo, Frequentando i mistici, Rabbie e rassegnazioni, La tentazione di esistere. Parla dell'Europa storica, politica e sociale della sua epoca, di personaggi e popolazioni, di movimenti religiosi e figure mistiche, dello stile e del romanzo. Forse il capitolo che racchiude i concetti a me più vicini è proprio quello che dà il titolo alla raccolta.

In ogni caso riporto qui sotto una serie di concetti tra quelli che mi hanno meglio compiaciuto, citazioni da vari capitoli de La Tentazione di Esistere. In generale non consiglio questo libro come primo da leggere se non avete ancora conosciuto Emil Cioran, ma in ogni caso dovreste trovarlo facilmente in una delle biblioteche della vostra zona. Buona lettura!

Poichè la sfera della coscienza si restringe nell'azione, chi agisce non può pretendere all'universale: l'agire è un aggrapparsi alle propietà dell'essere a detrimento dell'essere, a una forma di realtà a scapito della realtà. Il grado del nostro affrancamento si misura dalla quantità di imprese da cui ci saremo emancipati, così come dalla nostra capacità di convertire ogni oggetto in non-oggetto. Ma non significa nulla parlare di affrancamento a proposito di una umanità frettolosa, dimentica del fatto che non possiamo riconquistare la vita nè goderne senza prima averla abolita.

A quali tentazioni, a quali estremi ci conduce la lucidità! La diserteremo per rifugiarci nell'incoscienza? Chiunque si salva con il sonno, chiunque ha del genio mentre dorme: non c'è differenza tra i sogni di un macellaio e quelli di un poeta.

Chiunque tenti di attenuare la nostra solitudine o i nostri tormenti, agisce contro i nostri interessi e la nostra vocazione. Noi misuriamo il valore dell'individuo dal numero dei suoi disaccordi con le cose, dalla sua incapacità di essere indifferente, dal suo rifiuto a tendere verso l'oggetto.

L'assassino presuppone la rivolta e ne è il coronamento: colui che ignora il desiderio di uccidere potrà a suo piacimento professare opinioni sovversive, non sarà mai niente altro che un conformista.

Non si può essere insieme normali e vivi. Se io resto in una posizione verticale e mi accingo a colmare l'istante che giunge, se insomma concepisco il futuro, un felice guasto della mia mente ne è la causa.

Solitudine e sterilità che apprezzavo molto in questi vinti, responsabili, ve lo ripeto, della mia educazione. Tra l'altro mi avevano rivelato le sciocchezze inerenti al culto della verità... non dimenticherò mai il sollievo che provai quando essa smise di essere un affare che mi riguardava. Padrone di tutti gli errori, potevo finalmente esplorare un mondo di apparenze, di enigmi leggeri. Più nulla da cercare, se non la ricerca del nulla. La verità? Un incaponirsi da adolescenti o un sintomo di senilità. Eppure, per un residuo di nostalgia o per bisogno di schiavitù, ancora la cerco, inconsapevolmente, stupidamente.

Riconosco del resto di essere il saggio che non sarò mai... ogni formula salvifica agisce su di me come un veleno: mi disfa, aumenta le mie difficoltà, aggrava i miei rapporti con gli altri, irrita le mie piaghe e invece di esercitare sull'economia dei miei giorni una virtù salutare, agisce in modo nefasto.

Evidentemente il suo cinismo era incompleto. Che delusione!

Il grande sì è il sì alla morte. Lo si può proferire in svariate maniere... vi sono fantasmi diurni che, sopraffatti dalla propria assenza, vivono nell'ombra, camminano lungo le strade a passi felpati, senza rivolgere uno sguardo. Nessuna inquietudine nei loro gesti nè nei loro occhi. Poichè per loro il mondo esterno ha cessato di esistere, si piegano a tutte le solitudini. Attenti alla loro distrazione, al loro distacco, appartengono a un universo non dichiarato, che sta tra il ricordo dell'inaudito e l'imminenza di una certezza. Il loro sorriso fa pensare a mille sgomenti superati, alla grazie che trionfa dell'orrore; passano attraverso le cose, trapassano la materia. Sono giunti alle proprie origini? O hanno scoperto in sè le fonti della chiarezza? Non c'è sconfitta, non c'è vittoria che li scuota. Indipendenti dal sole, bastano a sè stessi. Sono illuminati dalla Morte.

Annientamento primaverile, compimento più che abisso, la morte ci dà la vertigine solo per meglio sollevarci al di sopra di noi stessi, allo stesso modo dell'amore, al quale per più di un aspetto è affine: l'uno e l'altra, forzando i contorni della nostra esistenza fino a farli saltare, ci disintegrano e ci fortificano, ci rovinano con il sotterfugio della pienezza.

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