5 luglio 2012

Al Culmine della Disperazione, di Emil Cioran


Emil Cioran è stato un saggista / filosofo nato in Romania nel 1911, che nel 1933 ha scritto "Al Culmine della Disperazione", dimostrando a 22 anni di aver già raggiunto un tale livello di profonda introspezione che pochi altri esseri umani potranno mai raggiungere in tutta la loro vita.

Cioran scrive questo saggio nelle notti di insonnia, spinto dalla necessità di sfogare le sue riflessioni sulla vita, sul raggiungimento di una tale consapevolezza e approfondimento personale che rende difficile continuare a relazionarsi con il resto del mondo. E' proprio la disperazione, l'aver vissuto esperienze complesse, che hanno fatto distaccare l'autore dalla mediocrità comune, innalzandosi in un limbo di pensieri e conoscenza che non lascia scampo.

Tra le pagine di  "Al Culmine della Disperazione" possiamo quindi trovare tutte quelle ossessioni che un 20enne nel pieno delle sue capacità mentali riesce a esprimere su carta, la notte, svicolandosi tra amore per il pensiero e il disgusto per il suicidio. Anche se in alcune parti Cioran sembra un po' misogeno, non posso che riconoscergli una grande capacità umana, riservata a coloro che hanno compreso la necessità e il desiderio di non essere umani.

A seguito una serie di frasi e citazioni da questo libro di Emil Cioran, in modo che possiate avere un'idea migliore dei contenuti, prima di andare a prenderlo in prestito dalla vostra biblioteca di fiducia. Buona lettura:

Perchè non possiamo restare chiusi in noi stessi? Perchè perseguiamo l'espressione e la forma, cercando di svuotarci di ogni contenuto e di disciplinare un processo caotico e ribelle?

Essere lirici significa non poter restare chiusi in sè stessi. Tale bisogno di esteriorizzazione è tanto più imperioso quanto più il lirismo è interiore, profondo, e concentrato. Perchè l'uomo diventa lirico nella sofferenza e nell'amore? Perchè entrambi questi stati, sebbene diversi per natura e orientamento, sorgono dal fondo più remoto dell'essere, dal centro sostanziale della soggettività, che è una sorta di zona di proiezione e di irraggiamento.

La vera interiorizzazione conduce a una universalità inaccessibile a quanti restano in superficie.

Ignoro totalmente perchè bisogna fare qualcosa su questa terra, perchè bisogna avere amici e aspirazioni, speranze e sogni. Non sarebbe mille volte preferibile ritirarsi in disparte dal mondo, dove non giungesse neppure l'eco del suo frastuono e delle sue complicazioni? Rinunceremmo così alla cultura e alle ambizioni, perderemmo tutto senza ottenere niente. Ma che cosa si può ottenere in questo mondo?

Gli individui che vivono su un piano esteriore sono salvi in partenza; ma che cosa hanno da salvare, se non conoscono il minimo rischio? L'eccesso di interiorità e il parossismo degli stati d'animo conducono in una regione estremamente pericolosa, perchè un'esistenza troppo consapevole delle sue radici non può che negare sè stessa.

L'immanenza della morte segna il trionfo definitivo del nulla sulla vita, provando così che la presenza della morte non ha altro senso che quello di attualizzare progressivamente il cammino verso il nulla.

Ma che cos'è in primo luogo la melanconia dolce? Chi non conosce la strana sensazione di piacere dei pomeriggi d'estate, quando ci si abbandona ai sensi fuori da ogni problematica particolare, e il sentimento di un'eternità serena fa nascere nell'anima un senso di pace tra i più inconsueti?

Si arriva allora a una forma superiore di esistenza in cui il mondo con tutti i suoi insolubili problemi non merita più neppure il disprezzo. Non perchè si consegua un'eccellenza nel mondo o un valore particolare, ma perchè niente, tranne la propria personale agonia, può ormai più interessare.

Chiunque non ami gli stati caotici non è un creatore, chiunque disprezzi gli stati morbosi non ha diritto a parlare dello spirito. Vale solo ciò che sorge dall'ispirazione, ciò che scaturisce dal fondo irrazionale dell'essere, dal centro della soggettività. Tutti i prodotti esclusivi del lavoro e della fatica non hanno alcun valore, e quanto a ogni prodotto che sia dovuto unicamente all'intelligenza, è sterile e privo d'interesse.

Una constatazione che verifico, con mio grande rammarico, a ogni istante: sono felici solo coloro che non pensano mai, vale a dire coloro che pensano giusto il poco che basta per vivere. Ma pensare il minimo indispensabile non significa pensare. Il vero pensiero somiglia a un demone che intorbida le fonti della vita, o a una malattia che ne intacca le radici. Pensare in ogni istante, porsi problemi capitali a ogni piè sospinto, provare il dubbio assillante circa il proprio destino, avvertire tutta la fatica di vivere, estenuato dai propri pensieri e dalla propria vita fino a non poterne più;

Avere una coscienza sviluppata, sempre vigile, ridefinire senza tregua il proprio rapporto con il mondo, vivere nella perpetua tensione della conoscenza significa essere perduti per la vita. La conoscenza è una piaga e la coscienza una ferita aperta nel cuore della vita. [...] La mia qualità di uomo mi annoia, o meglio, mi distrugge.

Talvolta ho la sensazione di un sapere integrale, che esaurisce tutto il contenuto del mondo, talvolta non capisco niente di tutto ciò che mi succede attorno.

Vorrei tanto che un bel giorno tutti coloro che hanno un'occupazione o una missione da svolgere, uomini e donne, sposati o no, giovani e vecchi, seri o superficiali, tristi o allegri, abbandonassero le loro abitazioni e le loro incombenze, rinunciando a ogni dovere e obbligo, per uscire in strada e non fare più nulla. Tutta questa gente abbrutita, che sgobba senza sapere perchè, o si illude di contribuire al bene dell'umanità, che fatica per le generazioni future sotto l'impulso della più sinistra delle illusioni, so vendicherebbe allora di tutta la mediocrità di una vita vana e sterile, di tutto questo spreco di energia privo dell'eccellenza delle grandi trasfigurazioni.

La mia ammirazione va solo a due categorie di uomini: quelli che potrebbero impazzire in qualsiasi momento e quelli che in qualsiasi momento sarebbero capaci di suicidarsi. [...] Solo gli esseri costantemente e drammaticamente in contatto con le realtà ultime mi colpiscono davvero.

Non capisco perchè dovrei continuare a vivere nella storia, condividere gli ideali della mia epoca, preoccuparmi della cultura o dei problemi sociali. Sono stanco della cultura come della storia; ormai mi è quasi impossibile partecipare ai tormenti del mondo storico, agli ideali e alle ispirazioni terrene. La storia va superata. E ciò è possibile non appena il passato, il presente e il futuro non hanno più la minima importanza e diventa indifferente sapere quando e dove si vive.

Non posso andar fiero di essere uomo, avendo vissuto questo fenomeno sino in fondo. Solo coloro che non l'hanno vissuto intensamente possono ancora esserne orgogliosi, perchè essi tendono a diventare uomini. Così il loro entusiasmo è naturale. Tra gli esseri umani ve ne sono alcuni che hanno appena superato lo stadio d'esistenza animale o vegetale. E' dunque ovvio che aspirino alla condizione umana e l'ammirino. Ma coloro che sanno cosa significa essere uomo cercano di diventare tutto tranne questo.

Ciò che ho di meglio in me lo devo alla sofferenza; ma le devo anche ciò che ho perduto.

Quanto a me, amo solo le verità vitali, organiche, perchè so che non esiste la verità, ma solo verità vive, frutto della nostra inquietudine. Tutti coloro che pensano in modo vivo hanno ragione, giacchè non si troveranno argomenti decisivi contro di loro.

Gli uomini, in genere, lavorano troppo per poter restare ancora sè stessi. Il lavoro è una maledizione che l'uomo ha trasformato in piacere. [...] Così l'uomo non si realizza, ma realizza.

La separazione dal mondo causata dalla sofferenza porta a un eccesso di interiorizzazione, a una paradossale esasperazione del grado di coscienza, così che il mondo intero, con i suoi splendori e le sue tenebre, diventa esteriore e trascendente.

Io non ho idee, ma ossessioni. Le idee può averle chiunque. Le idee non hanno mai fatto sprofondare nessuno.

Chissà se in questo modo non ci guadagni? E se così non fosse, che importa se ci perdi? C'è forse qualcosa da guadagnare o da perdere a questo mondo? Ogni guadagno è una perdita, come ogni perdita un guadagno. C'è forse una ragione per aspettare un determinato atteggiamento, idee precise, e parole appropiate? Sento che dovrei sputare fuoco a mo' di risposta a tutte le domande che mi sono state o non mi sono state mai poste.

E spaventoso pensare che morendo saranno perduti per sempre una giornata di sole, un sorriso, un amico; ma è mille volte più tremendo aver perduto tutto questo mentre si vive [...]

Come potrei ammettere di non essere fatto per la vita, quando in realtà è la vita a non essere fatta per me? Non potrebbe darsi che in altre forme d'esistenza, totalmente diverse da quelle in cui sono condannato a vivere, potrei essere felice, dominato da piaceri inimmaginabili?

Questo processo che esaurisce rapidamente i piccoli contenuti degli individui, spiega come mai lo psicologo si annoia degli esseri umani più alla svelta di chiunque altro: è troppo poco ingenuo per avere amici, e troppo poco incosciente per farsi delle amanti.

La conoscenza a piccole dosi incanta, a dosi massicce disgusta. Più si sa, meno si vorrebbe sapere. Chi non soffre a causa della conoscenza, non ha conosciuto niente.

6 commenti:

  1. Non mi piacciono i saggi quanto non mi piace la filosofia : esprimere concetti concreti con soluzioni astratte complica parecchio le cose... Quando invece ci si potrebbe basare su esempi concreti svolti da personaggi inventati ma plausibilmente veritieri. Ciò per cui amo i libri di narrativa. Ma forse l'avevo già scritto.

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  2. Per me invece è il contrario e probabilmente l'avevo già scritto ;P Amo leggere i saggi dove trovare i pensieri complessi di persone particolarmente sensibili e riflessive, mentre la maggior parte dei libri di narrativa mi annoiano perchè descrivono azioni e situazioni per me poco interessanti (naturalmente ci sono le eccezioni in entrambi i casi). Nel particolare di questo libro non ci sono comunque soluzioni astratte, è piuttosto il flusso di coscienza di un giovane troppo umano per la vita, gli esempi concreti li ritrovo nella esperienza personale relativa ad alcuni dei concetti che esprime :U

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  3. Ma si, appunto: ci eravamo già scritti...sto diventando smemorata e ripetitiva. Il modo in cui scrive e tratta i temi mi sembra maturo, sono comunque concetti relativi alla sua età mentale che direi corrisponde ai 22 anni fisici... Comunque resto sul vago di un'impressione, dato che non l'ho letto.

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  4. Ma si, appunto: ci eravamo già scritti...sto diventando smemorata e ripetitiva. Il modo in cui scrive e tratta i temi mi sembra maturo, sono comunque concetti relativi alla sua età mentale che direi corrisponde ai 22 anni fisici... Comunque resto sul vago di un'impressione, dato che non l'ho letto.

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  5. Sono ripetitiva... Ma il commento postato due volte è colpa di blogger ;P

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  6. Ma come cantano i Mae Shi, We learn by repetition, quindi va bene così ;P

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