13 gennaio 2012

Il Gioco del Silenzio di Carlo Sini


Il Gioco del Silenzio è un libro (o per meglio dire, breve saggio) scritto da Carlo Sini. Mi aspettavo di leggere lunghe dispersioni mentali sul silenzio, la riflessione, l'introspezione, il non dire, l'osservazione, il momento in cui tutto è fermo, la neve. In realtà le 82 pagine che compongono il volumetto si perdono velocemente in una raccolta di informazioni più o meno interessanti sull'argomento che danno la brutta impressione di essere state scritte per mostrare a qualcuno che si è studiato tante cose, che si è letto Zarathustra, che si conosce la storia di Socrate o Pitagora.

E allora tutte queste parole non mi dicono nulla, neanche se facciamo finta che tutti i filosofi girano attorno all'argomento senza mai sfiorarlo eppure stringendolo a ogni istante. Quindi se volete sapere qualcosa sul silenzio, forse fate anche prima a non leggere questo libro e ascoltare un album di Merzbow a tutto volume con le cuffie. A quel punto allora, capirete meglio il silenzio.

Esistono comunque alcune parti ne Il Gioco del Silenzio che riescono a far nascere piacevoli riflessioni o semplici seghe mentali. Eccole di seguito.

Chi parla, per esempio il fisico, sa più della nuvola? Oppure il fatto di parlare pone il sapere a un livello superiore in che senso? Supponiamo che quel dio che non parla acquisti la parola. Potrebbe dire: perchè volete che parli della nuvola, del lupo e del gallo? Sono quello che sono e sanno fare quello che fanno senza bisogno di parlarne. Per loro è sufficente il saperlo fare. Se nondimeno volete parlarne, parliamone pure. Non potrete però che limitarvi alle parole e a un sapere di parole. Non chiedetemi poi perchè sapete parlare. Quanto a questo, siete come la nuvola, il lupo e il gallo.

Prova a mettere la cosa così: chi sta dentro non sta fuori. Più esattamente: non c'è per lui un dentro e un fuori (che ne sa la gallina del fuori della siepe?). C'è quello che c'è e che lui è. Ma chi sta nel linguaggio ecco che vede un dentro e un fuori, cioè una differenza tra la parola e la cosa che la parola dice. Vede la differenza nel suo stare dentro il linguaggio.

Sapere fare non è lo stesso che sapere cosa si fa e saper parlare non è il medesimo che sapere di cosa si parla. E ciò in due sensi: che io posso fingere di interdermi della cosa di cui parlo; per esempio di come si fanno le buche per nascondere gli ossi, che invece non ho mai fatto e neppure ho osservato come fanno i cani; oppure che io fingo in generale di sapere a cosa in ultimo allude il linguaggio.

Questa però è la finzione cui ricorrono tutti i parlanti, non perchè amino mentire, ma semplicemente per poter parlare e intendersi fra loro. Perchè mai parlare allora di finzione, obietti tu. Tutti sanno che il linguaggio allude alla realtà. Son solo i matti che confondono le cose e le parole.

C'è un arte del silenzio? E' il silenzio un arte? Indubbiamente è una cosa doppia (ma cosa mai non lo è?): perchè il silenzio è l'intorno e l'intervallo. Tutto ciò che c'è, infatti, accade nel silenzio che sta intorno da sempre: e dove se no? Il silenzio è prima di ogni cosa. Però è anche tra le cose: le separa. E così è anche il dopo.

Poichè "ti dico", "ti nomino", ecco che misuro il fatto che prima c'eri e ora non ci sei più. Vedo l'oscillazione fra la tua presenza e la tua assenza e ti assegno così a un perdurare assente che riguarda quando c'eri (passato) e quando ritornerai (il futuro), ma in relazione al presente di questo continuo passare e trapassare in cui tu, e io e ogni cosa, sempre ci siamo e non ci siamo, nella soglia di vuoto che separa il non più e il non ancora.

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